Una Wikileaks indebolita lancia la fase due

La fase due di wikileaks è iniziata. Fino a poco più di un anno fa non si parlava d’altro nei mezzi d’informazione. Poi, pian piano, l’attenzione è scemata. Forse per scongiurare questo declino, il fondatore del sito Julian Assange ha presentato a Londra a fine febbraio “The Global Intelligence Files“, con tanto di logo creato ad hoc. Vittima illustre un’azienda nota più che altro agli addetti ai lavori, ma molto influente nel mondo dello spionaggio: la Stratfor, fondata nel 1996 da George Friedman, un analista geopolitico i cui genitori, sopravvissuti all’olocausto, lasciarono l’Ungheria per fuggire dal comunismo.

Stratfor significa una serie sterminata di rapporti con governi e aziende multinazionali che, se messi davvero a nudo, potrebbero cambiare il modo in cui vediamo la realtà mondiale oggi. Si parla di 5 milioni di email e 4 mila file segreti nelle mani di Assange. Tante le indiscrezioni trapelate sinora: dall’interesse di Israele sulle condizioni di salute del presidente venezuelano Hugo Chavez, malato di tumore, fino a una relazione perversa tra Stratfor e Goldman Sachs. La notizia più clamorosa di tutte sarebbe sul corpo di Osama Bin Laden. Non sepolto in mare, come affermato dalla versione ufficiale, ma trasportato in Maryland dall’esercito. La fonte però è indiretta, per quanto autorevole: si tratta di Fred Burton, vicepresidente di Stratfor.

Proprio qui sta la debolezza di questa operazione. Mentre nella fase uno erano i governi gli intercettati di Wikileaks, qui si tratta di un’agenzia privata che potrebbe avere informazioni incomplete o false, proprio perché magari è nell’interesse dei governi farle circolare così. Ecco perché la realtà non solo non è mai quella che sembra. Ma non è nemmeno quella che non sembra che non sembri. Mi sono spiegato?