La televisione si sta muovendo nella giusta direzione?

LG TVA ridosso del dibattito sulla possibile asta delle frequenze TV, mi sono chiesto se il modello di sviluppo della televisione italiana abbia ancora un senso. Lo scenario è così composto: il digitale terrestre così come il digitale satellitare utilizza una frequenza per ogni multiplex con la tecnica di divisione temporale. Questo significa che su un’unica frequenza possono essere trasmessi più canali. Il punto è: abbiamo bisogno di altri canali?
Tipicamente un canale è “utile” nell’intorno dell’orario di una diretta o di una prima visione. Per tutto il resto della giornata vengono proposte repliche condite spesso con la pubblicità. D’altronde come si potrebbe riempire un palinsesto se non in questo modo? Sembra quasi che questi canali occupino inutilmente l’etere per gran parte del tempo. A questo punto non sarebbe utile integrare un servizio di contenuti su richiesta via internet in modo da ridurre il numero di canali e creare palinsesti meno “spreconi”? I benefici di questa “manovra” sarebbero innumerevoli:

  • meno canali significa più frequenze libere che possono essere utilizzate, per esempio, per la mobilità;
  • un servizio di contenuti on demand permetterebbe alle persone di decidere cosa vedere quando e dove vogliono;
  • aumenterebbe la domanda di connessioni di nuova generazione.

Inoltre le aziende inizierebbero a mettersi al riparo dalle grandi compagnie di streaming americane (Netflix, Hulu, Vudu, Amazon, Apple ecc). Infatti se per assurdo Netflix sbarcasse proprio ora in Italia, metterebbe a dura prova un’azienda solida come Sky che vedrebbe diminuire gli abbonamenti stessi e i pacchetti degli abbonamenti. Di fronte ad un parco contenuti come quello di Netflix (streaming “all you can eat” a 7.99$) chi pagherebbe i 10€ del pacchetto cinema o quello delle serie TV?

Questo “utilizzo efficiente delle risorse” non è altro che un’espansione di mercato. Un mercato pressochè inesistente in Italia. Tutto ciò non sarebbe solo un beneficio per gli utenti e per le telecomunicazioni ma permetterebbe agli operatori di mettere le mani su di un business stimato in 800 milioni di dollari per il 2013 (fonte: report Convergence Consulting Group). Secondo il rapporto indicato, la percentuale di americani che utilizza lo streaming internet per la fruizione dei contenuti televisivi cresce dell’1% all’anno.
Per farvi capire l’impatto di un’operazione del genere sulle telecom basti pensare che Netflix utilizza il 32.7% della banda internet degli USA, una bella fonte di traino per lo sviluppo delle infrastrutture di rete.
In aggiunta, le compagnie televisive americane temono sul serio gli operatori della “internet TV” e lo dimostrano stracciando gli accordi sui diritti di trasmissione (o meglio, in fase di rinnovo del contratto chiedono cifre esorbitanti).

Non sarebbe quindi il caso di anticipare, per una volta, la normale evoluzione della televisione, sbloccando lo sviluppo del broadband italiano e di nuovi mercati?
Non a caso Mediaset, sospinta dalla consapevolezza che il DVB-T è una tecnologia già obsoleta, si è portata avanti con una prima bozza di net-TV.