Hanno ammazzato Google, Google è vivo

Sergey Brin Project GlassLe parole di Sergey Brin riguardo la libertà di internet minacciata dagli “oppressori” lasciano insoddisfatti per la mescolanza di tematiche poco correlate l’una con l’altra. Il fondatore di BigG inizia infatti denunciando i regimi censori della Cina e dell’Iran, dove è impossibile non essere d’accordo, per poi inveire contro Apple e Facebook che guarda il caso sono le società che più di tutte rischiano di minare la redditività del nostro preferito motore di ricerca.

Questa commistione fra sacro e profano, etica e business, non convince e ha tutto il sapore di uno spot pubblicitario mal posto. Mi prenderete per cinico, ma sono profondamente convinto che quando parliamo di corporation la descrizione del Joker in Batman The Dark Knight sia particolarmente calzante: [le società] sono buone quanto il mondo permette loro di esserlo.

Così BigG appoggia l’apertura e la condivisione fintanto che consente ai suoi prodotti di diffondersi e di generare revenues pubblicitarie facendo valere il modello di business rispetto a quello dei concorrenti. In verità, ad essere ancora più cinico, non c’è nulla di male in questo. Qualsiasi azienda porta acqua al suo mulino e il mondo delle ICT è un turbine in movimento così forte che anche i monopolisti devono ben guardarsi dagli incumbent operatori provenienti da mercati differenti. Non voglio peraltro negare lo spirito di condivisione, più moderno e meno protezionista rispetto all’old-but-current-estabilishment, della compagnia.

Ho già parlato dei motivi per cui Google vede la propria redditività messa in pericolo dalla Mela e dalla creatura di Zuck. D’altra parte questa non può essere intesa come una sentenza di morte: l’azienda è forte ed ha un peso semplicemente troppo grande per sparire da un giorno all’altro. Lo fa notare anche Rudy Bandiera sul suo blog schernendo quanti considerino, superficialmente, Facebook il boia della società di Mountain View.

Rimane comunque il fatto che il mercato sta cambiando e anche Google dovrà farlo. In un mondo di ricerche sociali e di assistenti vocali, monetizzare i messaggi pubblicitari sarà diverso e non è affatto detto che si riesca a mantenere la stessa mole di ricavi. Android è un mezzo per essere presenti ovunque ma non una fonte di ricavi a sé stante e del resto se Google lo abbandonasse ci sarebbero player interessati a prendere le redini del prodotto come Samsung e Amazon. Quest’ultima, tra l’altro, ha dimostrato una debolezza imperdonabile nel modello di Android fornendo un tablet equipaggiato con una versione customizzata dell’OS che rappresenta un vettore per i contenuti venduti dalla società di Jeff Bezos.

Google non vanta uno store fornito e frequentato come quello delle due A – Amazon e Apple – e questo mina seriamente la diffusione di massa di tablet Android, specie ora che il mercato sta aspettando Windows 8 che promette retro-compatibilità – con processori Intel Medfield – e una maggiore attitudine alla produttività.

Project Glass ha mostrato una delle possibili risposte della società per rendere più diffusi i suoi servizi, con la possibilità di aggiungere pubblicità targettizate che il filmato ovviamente non mostra. Rudy Bandiera crede molto nelle possibilità del progetto, al contrario mi sento scettico per i seguenti motivi:

  • la tecnologia può integrare la potenza di calcolo necessaria per un simile device in poco spazio, circa una pendrive, ma le batterie pesano ancora abbastanza (una alternativa sarebbe connettere gli occhiali via wireless utilizzandoli come mera periferica I/O – diplay + microfono – e lasciare allo smartphone i calcoli e la gestione della connessione a internet);
  • le connessioni mobile sono sempre più diffuse ma non tutti i paesi vantano un’elevata copertura, gli ambienti metropolitani sono preferibili;
  • i prodotti fregiati Google non hanno mai fatto furore, ma c’è da dire che il concept potrebbe essere concesso in licenza;
  • gli occhiali sono invasivi e ci fanno sembrare deficienti, non bisogna mai sottovalutare che vanno ad impattare sul nostro aspetto estetico e a livello psicologico è una barriera rilevante;
  • Google deve ancora presentare un assistente vocale “a linguaggio naturale” come Siri, sebbene sia sicuramente un work-in-progress della società.

Insomma anche se uscissero durante il 2012, dubito fortemente che andremmo in giro con visori stile Sci-Fi eseguendo ricerche mentre siamo in metropolitana. Ci vorrà realisticamente qualche tempo, un anno o due, per avere una diffusione decente.

Per concludere, chi sostiene che Google si stia avviando a morte certa non è onesto intellettualmente oppure non capisce nulla di tecnologia. Ci sono pochi dubbi al riguardo. Ma ignorare che il gigante delle ricerche si stia per affacciare ad alcune sfide importanti è altrettanto palese. La società dovrà essere brava a capitalizzare le proprie esperienze e ad interpretare i cambiamenti attivando dinamiche virtuose. Negli ultimi tempi BigG non ha scaldato i cuori ma la partita non è finita fin quando l’azienda sarà in piedi, non ce ne libereremo facilmente.