Gli startupper italiani meritano una stampa diversa

EdicolaLa tecnologia, nel senso più puro del termine, è la mia più grande passione e questo penso sia palese. La seconda è la stampa “tecnologica” [concedetemi il termine non proprio corretto]. Sono un consumatore folle di articoli tech-related e seguo giorno per giorno moltissimi siti e blog. Non sono certo il solo ovviamente.

C’erano anni in cui le testate italiane, due in particolar modo, erano la mia principale dieta. Mi sembravano complete e professionali. Poi un giorno lessi Ars Technica e la mia vita cambiò. La frase può sembrare ad effetto ma Ars ha davvero sconvolto la mia vita, se non mi fosse piaciuto così tanto Hymn to Future non esisterebbe.

Cos’ha di tanto speciale il sito Condé Nast? Molto. Le news non sono fredde e sterili ma adeguatamente commentate. Quando si parla di strategie aziendali si fa sempre riferimento alle conseguenze e possibili contromosse dei concorrenti. Quando si parla di tecnica si cerca di spiegare in poche parole il perché delle scelte e quali sono i pregi e i difetti. Quando si sbaglia il testo viene barrato, per lasciare a tutti la possibilità di leggere l’errore, e si pubblica l’aggiornamento.

Quando chiesi agli altri membri di Hymn to Future di aiutarmi volevo creare qualcosa che si basasse sugli stessi principi, perché credo che in Italia non ci sia.

La situazione è abbastanza desolante. Sulla stampa nazionale troviamo articoli pieni di strafalcioni, onestamente ne ho lette di tutti i colori: che Amazon S3 fosse un social network, Azure un componente di Windows, che la Apple volesse sviluppare un iPad da 8″ con schermo Retina e venderlo a 200 euro [si ma perché non includere nel pacchetto anche un bel MacBook Air e magari un Cinema Display da 27″]. Cose che chi ha un minimo di cognizione dei prodotti a livello tecnico, della struttura dei costi e della distribuzione, non pronuncerebbe mai. Naturalmente ci sono le eccezioni ma sempre troppo poche.

Del resto mi chiedo quanti giornalisti di questi canali sappiano spiegare la differenza fra codice interpretato o nativo, fra processori in-order e out-of-order, fra un display TN e uno IPS od altro. Può sembrare tutto estremamente superfluo, che vuoi che importi al lettore del Corriere di che display monta l’iPad? Vero, i nerd non sono mai stati buoni comunicatori, ma il problema è che se un giornalista sapesse come viene fatto un display e quanto costa un pannello Retina da quasi 10″ non sparerebbe mai cazzate simili.

Credo fermamente che la stampa tecnologica di maggiore qualità sia generalmente prodotta da tecnici che hanno imparato a comunicare piuttosto che da giornalisti mandati in giro per il mondo ai vari eventi. E la stampa USA, che a mio avviso è meno formale sui percorsi di accesso alla professione, dà spazio a persone con notevoli bagagli tecnici: due esempi che mi vengono subito in mente sono Jon Stokes e John Siracusa.

Ma non stavamo parlando di startupper? Già avete ragione. Riccardo Luna, ex-direttore di Wired italiano e attuale direttore di Che Futuro!, ha avuto e ha sicuramente un ruolo di primo piano nella diffusione della cultura del “fare” contro quella del “lamentarsi”. Sta mettendo in luce storie dell’Italia che ha voglia di cambiare e reagire, includendo anche l’attività delle startup.

Detto questo, Che Futuro! è tutto tranne una testata “tecnica”. Va benissimo per infondere coraggio ai non addetti ai lavori, per far conoscere al mondo alcuni grandi personalità italiane che sono sconosciute ai più. Ma oltre questo non va. Non troviamo al suo interno opinioni ed analisi sul futuro di questi progetti, non ci sono paragoni con i concorrenti esteri, i contenuti non sono sempre originali e i temi spaziano dalla democrazia partecipativa ad Arduino, dalle startup alle critiche all’intervento del Papa.

Insomma per un appassionato di tecnologia come me, con una profonda cultura tecnica, con un profondo interesse per le strategie d’azienda, il business ed il futuro “pratico”, c’è ben poco. Anzi direi che è proprio noioso.

Quando Mark Vanderbeeken ha fatto notare la necessità di una forte stampa internazionale di settore, ho scritto un lungo commento sul perché credo anch’io che ne abbiamo bisogno per i nostri startupper. La risposta del sito – a Mark non a me ;) – è stata quella di pubblicare un post di Stefano Bernardi in inglese. Un post con il titolo in italiano, un url in italiano, in un sito che come lingua di riferimento a Google segnala “it-IT”: chiunque abbia un minimo di competenze di SEO sa già che quell’articolo non lo leggerà quasi nessun madrelingua. Fare un minestrone non servirà ad aiutare le startup.

Per questo agli startupper serve una testata nuova e ben distante da Che Futuro!. Questo va bene per dare coraggio in un periodo in cui buona parte dei media ci ricorda quanto facciamo schifo, cosa falsa in tantissimi casi. Per cui stimo Riccardo Luna e sono felice che ci sia gente come lui. Ma Luna non è Scoble e non è Arrington (non ha mai preteso di esserlo).

I nostri ragazzi hanno bisogno di un TechCrunch nostrano che deve essere focalizzato sul mondo informatico, avere staff competente, parlare di business e tecnica, avere membri dislocati in tutte le aree calde – Silicon Valley, Israele, Berlino, etc.. – oltre ad essere pubblicato in inglese. Deve produrre dai 5 ai 15 post al giorno, avere una grafica accattivante e operare una selezione feroce specie sui progetti italiani. Già perchè serve credibilità e non si può dare spazio a qualsiasi persona che dica “ho voglia di fare”, piuttosto c’è necessità che persone competenti mettano in luce i progetti più promettenti o meglio realizzati.

Ultimamente ho conosciuto molta gente interessante nel canale gruppo di Facebook Italian Startup Scene e sono convinto che lì – e non solo – ci siano molte persone in grado di svolgere questo compito. C’è da vedere se ne hanno il tempo e la voglia, ma sarebbe molto bello se si potesse realizzare. La community potrebbe essere integrata in una pagina del sito ed esserne un driver di crescita.

Ed il mio ruolo in questo? Nessuno. Come ho detto sopra, quando ho proposto di creare Hymn to Future mi stavo ispirando ad Ars non a TechCrunch. Le startup mi piacciono, ma non sono il mio settore, preferisco di gran lunga scrivere opinioni e analisi dei grandi colossi come Intel, Apple, Google, Microsoft, Qualcomm e via dicendo. Infatti qui trovate solo recensioni di prodotti creati da startupper nostrani e basta. E’ quello che sappiamo fare bene e non vogliamo “pisciare fuori dal vaso”. Però rivolgo il mio appello ai ragazzi di ISS: provateci! Mettete su un team, un designer, trovate il nome, create il portale e scrivete. Facciamo qualcosa di italiano che abbia un rilievo internazionale nella stampa tecnologica. Sono sicuro che ci farà solo del bene.