Caso Apple: i vincenti non sono mostri, ma vanno limitati

Apple LogoUn recente post di Quintarelli mi ha fatto riflettere sulla posizione di Apple rispetto all’editoria. La casa di Steve Jobs ha saputo nel tempo coltivare una clientela con un’alta predisposizione all’acquisto di contenuti multimediali e di applicazioni, molto più della controparte Android. Allo stato attuale poco meno del 90% della distribuzione digitale italiana passa per la Mela e questo non piace ai buoni vecchi quotidiani perché vuol dire cedere un 30% a Cupertino. Vendere il cartaceo costa molto meno.

Apple è oggi la società più grande del mondo, per capitalizzazione (oltre 500 mld di dollari), ed il suo controllo sul principale canale di distribuzione – insieme ad Amazon che non vanta la medesima forza in Italia – causa parecchie notti insonni agli editori. Da qui si fa presto ad etichettarla come una forza negativa che vuole impoverire il vecchio estabilishment. Ma certe volte dimentichiamo che le società raggiungono il successo perché sanno fare bene il loro lavoro, perché interpretano bene il mercato e anticipano il futuro. La condotta di una piccola azienda – premettendo che rispetto a Apple, Microsoft, Google e compagnia bella anche una grande azienda può sembrare piccola – spesso non differisce rispetto a quella delle grandi corporation, semplicemente le seconde hanno più potere e maggiori risorse per difendersi o aggredire i competitor.

Nel settore ICT le imprese sono storicamente guidate dall’innovazione. Non basta fare un buon prodotto ma ad ogni uscita è necessario pensare già a quella successiva. Gli operatori lavorano sodo per introdurre nuove caratteristiche, migliorare le prestazioni o addirittura presentare un design radicalmente innovativo per creare un nuovo mercato. Questa competizione basata sulla ricerca e sviluppo ha due caratteristiche:

a) è una forza spiccatamente anti-competitiva, perché ad ogni breakthrough l’innovatore gode di monopolio per un certo periodo di tempo (non necessariamente legato alla presenza di brevetti);

b) richiede grandissime risorse economiche e in un mercato eccessivamente competitivo possono non esserci i margini necessari per una continua distruzione creativa.

Ora sarà chiaro perché sia Microsoft che Apple, Google, Amazon, Oracle, IBM e via dicendo hanno tutti mercati di riferimento dove se non sono monopolisti hanno comunque una fetta grossissima della torta. E’ naturale che in questi settori si abbia una concentrazione elevata, che alimenta un’incessante sete di rinnovamento.

Tornando alla Mela e all’editoria, non credo che la situazione attuale possa essere mantenuta nel lungo periodo. Apple non ha fatto nulla che possa essere definito radicalmente scorretto: ha lanciato la rivoluzione post-PC e ha saputo coltivarla a dovere. Senza di lei il mercato digitale non sarebbe altrettanto florido e questo è un dato di fatto. Il problema è che questo giardino fiorito è diventato così rilevante che starne al di fuori vuol dire non avere risorse per continuare il proprio lavoro. E quando un’azienda acquista un tale potere – e quindi maggiori responsabilità per citare l’amato Peter Parker – è imprescindibile un controllo da parte dei regolatori.

Gli americani hanno una lunga storia di interventi dell’autorità antitrust. Già negli anni ’50 e ’60 hanno imposto pesanti sanzioni all’allora leader IBM, la più potente azienda nei settori hardware e software. Per liberare l’industria dalle catene il Department of Justice la costrinse prima a cedere tutti i suoi brevetti presenti e futuri (per le periferiche di archiviazione a schede forate – 1956), poi a vendere i suoi prodotti privi di software (1969), consentendo ai competitor di entrare. Provvedimenti forti che hanno permesso agli U.S.A. di prosperare mentre la compagnia nonostante tutto è ancora lì, viva e vegeta.

Per cui il mio consiglio al mondo dell’editoria è: non cercate di restaurare il vecchio corso additando ad Apple – e Amazon – tutti i mali del mondo, chiedete al regolatore di liberalizzare il mercato e abbracciate il digitale. Per l’innovazione, per la competizione, per i consumatori. Apple non è un mostro ma ha già beneficiato a sufficienza dei suoi successi. E’ arrivato il momento per l’UE e il DOJ – che si sono già attivati – di scendere in campo, per il bene della collettività.

  • Stefano Quintarelli

    Certamente Apple, Amazon, Microsoft, ecc. non sono mostri e fanno bene il loro lavoro massimizzando shareholder value. Non sono benefattori dell’umanità e non devono esserlo! il loro compito è soddisfare gli azionisti!
    Diverso il discorso per il regolatore. Quando un soggetto acquisisice posizioni dominanti (significativo potere di mercato, in gergo tecnico), va tenuto sotto controllo. Se usa la sua posizione dominante in modo abusivo (ovvero per estendere la sua dominanza in un mercato ad un mercato adiacente o per escludere concorrenti dalla competizione) li’ va sanzionato e/o vanno introdotte misure asimmetriche per ristabilire la concorrenza.
    Avranno attuato pratiche scorrette come quelle indicate sopra ? Lo stabiliranno le autorità.
    Casomai vedo un problema ed è che i tempi della giustizia sono sempre più critici rispetto allo sviluppo dei fenomeni tecnologici.  (anche qui: http://is.gd/9uEOvM   )
    Penso che questa sia una sfida importante per il futuro.

  • http://www.hymntofuture.com/ Davide Costantini

    Concordo che nelle ICT i cambiamenti si susseguano ad un ritmo che può mettere in crisi il ruolo del regolatore.

    La mia sensazione è che comunque si stiano muovendo abbastanza in fretta, sperando che non si impantanino proprio ora.

  • http://www.hymntofuture.com/ Davide Costantini

    Ho letto il post che hai linkato Stefano e ne condivido assolutamente il contenuto. Ci vuole un canale snello e rapido per garantire la certezza del diritto.